Kessler, una triste vita in sincrono e un’uscita di scena che non va chiamata coraggio

Tra tanti proclami di dignità e libertà di scelta, la morte delle gemelle Kessler a me ha lasciato solo la sensazione di grande tristezza per la vita di queste due donne. Una vita vissuta per 89 anni a specchio, dalle mossette dei balletti alle grandi decisioni della vita. Una vita senza una propria identità, che mi appare più come una turba psichica che come una scelta consapevole. E la decisione finale la valuto come un delirio.

Sono entrate in Milleluci muovendosi all’unisono e così hanno vissuto, forse inconsciamente schiave di un clichè che ne ha fatto una sola persona, una sola mente, divisa in due corpi. Si dice che sia un po’ la storia dei gemelli monozigoti, ma le Kessler sembrano aver spinto molto oltre questa unione naturale. Hanno vissuto in maniera simbiotica fino all’ossessione. La stessa passione, il ballo, la stessa volontà di evitare matrimoni e maternità , sempre identiche le pettinature, addirittura la casa dell’una a specchio di quella dell’altra. Non Alice, non Ellen, ma una sola Kessler con quattro gambe, quattro braccia e una sola testa.

Quella sola testa che da dieci anni, conclusi i tempi del successo, faceva ripetere che sarebbero volute “uscire di scena” insieme.

Uscire di scena, che brutto modo di vedere la vita. Come se fosse solo un palcoscenico dove tutto è luccicante ma finto. E mi fa tristezza pensare che hanno pensato la loro vita come la scena fatta per altri, non per loro stesse. Non un susseguirsi di sentimenti, sensazioni, emozioni, delusioni, vissute anche in maniera introspettiva. Solo una scena, un copione da recitare in sincrono.

E in questa scena, come in una commedia tragica, hanno voluto inserire un finale, il gran finale.

Della vita, e della morte, la frase che per me la rappresenta meglio è un passaggio della canzone di Roberto Vecchioni che dice: “La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un olivo convinto ancora di vederlo fiorire“.

Pianificare per anni la propria morte all’unisono, quasi gratificandosi di organizzarla, significa non aver mai capito la grandezza della vita ma averla trascorsa come in un copione di scena. Dove il finale non può naturalmente sfumare, ma deve concludersi con la battuta forte, sulla quale si chiude il sipario e che strappa gli applausi del pubblico.

No, alle Kessler questo applauso io non lo faccio. Perchè per me la loro non è stata una dimostrazione di coraggio.

Chi afferma questo fa del male a chi è fragile, a chi non ha bisogno di questi pessimi esempi di coraggio, ma di incoraggiamenti a lottare per veder “fiorire quell’olivo” che è la grandezza della vita.

E questo lo dico pensando ai tanti, troppi, giovani che oggi soffrono di male di vivere. Esaltare chi decide di “uscire di scena” suicidandosi (perchè è questa la parola giusta) per la sola paura di affrontare una fase della vita, è quanto di peggio si possa fare. Perchè non è coraggio, è vigliaccheria.

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